“Sull’antica collina di Vereto battuta dal sole, dai venti e dalle piogge, sui suoi ondulati declivi, oggi regna sovrano il mistero”
Cesare Daquino, I Messapi e Vereto, 1991.
Per molto tempo Vereto è stata più una promessa che una certezza archeologica. Il nome dell’antica città ricorreva nelle fonti, nella memoria locale e negli studi sui Messapi, ma la collina rimaneva in gran parte inesplorata. A lungo l’attenzione degli studiosi si concentrò soprattutto sulle Centopietre e sul complesso di San Giovanni Battista, monumenti che alimentarono interpretazioni diverse e spesso contrastanti, mentre l’abitato messapico era conosciuto soprattutto attraverso rinvenimenti occasionali, materiali dispersi e indagini limitate.
Una tappa fondamentale nella storia moderna della ricerca fu rappresentata dagli studi di Cosimo Pagliara che, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, raccolse e pubblicò dati fondamentali sulle iscrizioni, sulle monete, sui bolli anforari e sulle testimonianze epigrafiche connesse a Veretum e alle Centopietre. I suoi lavori contribuirono a collocare Vereto in una rete più ampia di rapporti tra abitato, necropoli, viabilità e approdi, in particolare quello di San Gregorio. In quegli stessi anni, il volume Leuca del 1978, con il contributo di Francesco D’Andria sull’esplorazione archeologica, offrì un quadro più organico dell’archeologia del Capo di Leuca, inserendo Vereto nel suo contesto storico e territoriale.
Negli anni successivi il dibattito rimase vivo anche grazie a studiosi e appassionati del territorio. Tra questi un ruolo particolare ebbe Cesare Daquino, maestro originario di Morciano di Leuca, che nel 1991 pubblicò I Messapi e Vereto. Il suo libro non fu soltanto una sintesi delle conoscenze disponibili: fu anche un atto d’amore verso una terra percepita come ricchissima e fragile, segnata da scoperte fortuite, ricerche interrotte, depredazioni clandestine e trasformazioni edilizie. Daquino seppe intercettare il rinnovato interesse per la Messapia maturato in quegli anni e trasformarlo in un racconto capace di parlare anche ai non specialisti.
Una svolta metodologica arrivò con le ricerche topografiche coordinate da Mariangela Sammarco, avviate dalla fine degli anni Novanta nell’ambito della collaborazione tra Comune di Patù, Università del Salento e Soprintendenza. La carta archeologica del territorio di Vereto, costruita attraverso ricognizioni, studio bibliografico e d’archivio, fotointerpretazione e posizionamento sistematico delle evidenze, ha permesso di leggere il sito non come un punto isolato, ma come un paesaggio complesso: abitato, mura, necropoli, strade, aree suburbane e approdi. Le ricognizioni hanno inoltre contribuito a ricostruire, almeno in parte, il percorso della cinta muraria in opera quadrata e a riconoscere la lunga durata dell’occupazione della collina, dalla protostoria all’età medievale.
Nel frattempo, interventi di scavo, recupero e sorveglianza archeologica hanno aggiunto tasselli importanti: le indagini presso San Giovanni Battista e le Centopietre, le ricerche nell’area di Campo Re, i saggi lungo la via Uschia Pagliare, le indagini presso la Madonna di Vereto, le ricognizioni e gli interventi nell’area di San Gregorio. Il quadro resta frammentario, ma proprio questa frammentarietà mostra quanto sia ancora alto il potenziale del sito. Come ricordano le sintesi più recenti, la ricerca archeologica nel territorio di Patù ha avuto a lungo carattere episodico; tuttavia, le indagini di superficie, la documentazione topografica e gli interventi degli ultimi decenni hanno creato una base solida per una nuova stagione di studi.
Oggi DiscoVereto e il progetto Leucantica raccolgono questa eredità e provano a trasformarla in una ricerca sistematica. Lo scavo dell’antica Vereto, lo studio dei materiali già noti e inediti, l’uso di tecnologie digitali, la collaborazione con istituzioni e comunità locali e l’attenzione alla comunicazione pubblica mirano a superare la lunga stagione delle conoscenze frammentarie. La collina che per Daquino era ancora dominata dal mistero diventa così un laboratorio aperto: un luogo in cui il passato dei Messapi, il paesaggio del Capo di Leuca e la memoria delle comunità contemporanee possono finalmente tornare a dialogare.
C. Pagliara, Fonti per la storia di Veretum: iscrizioni, monete, timbri anforari, Annali dell’Università di Lecce. Facoltà di Lettere e Filosofia, V, 1969-1971, pp. 121-136.
F. D’Andria, L’esplorazione archeologica, in Leuca, Galatina 1978, pp. 47-90.
R. Auriemma, L’approdo di Torre S. Gregorio, Studi di Antichità, XI, 1998, pp. 127-148.
C. Daquino, I Messapi e Vereto, Cavallino 1991.
F. Congedo, V. Desantis, a cura di, Archeologia a Patù. Ricerche e scavi 1973-2005. Taccuini veretini, Monteroni di Lecce 2019.